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    UE, la Presidenza Danese punta sulla green economy
    La “green economy” sarà la chiave del programma della nuova presidenza di turno dell’UE della Danimarca: tecnologie verdi e innovazione sostenibile, i due ingredienti che già da tempo sono alla base della politica del governo nordico. Una nuova strategia d’intervento che comprenderà anche una grande attenzione alla politica comune dell’agricoltura e quella della pesca, il settore trasporti e quello della chimica. «Se vogliamo mettere le finanze su una rotta sostenibile – ha detto il ministro dell’Ambiente danese, Ida Auken, in una presentazione a Bruxelles – dobbiamo sviluppare un nuovo approccio: usare le tecnologie e l’innovazione sostenibile per rilanciare l’economia». Secondo la nuova presidenza UE è anche importante ricordare che non c’è solo la crisi finanziaria ed economica, ma anche una grave crisi ambientale e climatica. Di qui la necessità di lanciare una nuova strategia trasversale che coinvolga energia, agricoltura, trasporti, clima, ambiente e tecnologie, per sostenere la crescita verde dell’Ue, che si è impegnata a tagliare fra l’80 e il 95% della CO2 per il 2050. Una scelta chiave sarà quella di risparmiare sulla bolletta energetica, anche per centrare il target per il 2020. Molta la strada da fare, ma sono già effettivi i primi risultati della politica ambientale portata avanti dalla UE in questi anni. I paesi dell’Unione Europea sono riusciti, nel 2010, a raggiungere l’obiettivo fissato da Bruxelles per la produzione di elettricità da fonte rinnovabile.
    Un altro passo a sostegno di una politica più rispottosa dell’ambiente è stato fatto, nella plenaria della settimana scorsa, sulla gestione dei rifiuti elettronici. Saranno molti di più i frigoriferi, i telefoni e i gadget che saranno raccolti e riciclati grazie ai nuovi obiettivi ambientali approvati dal Parlamento, in accordo con il Consiglio. L’aggiornamento della direttiva 2003 sulla gestione dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Waste Electrical and Electronic Equipment – WEEE, conosciuti in Italia come RAEE) offre inoltre ai consumatori la possibilità di restituire piccoli rifiuti elettronici ai rivenditori e riduce il fardello burocratico per le imprese. Tutti gli Stati membri dovranno incrementare la raccolta dei rifiuti elettronici, anche se già soddisfano l’attuale obiettivo forfettario di 4 kg per persona l’anno. Entro il 2016 si dovranno raccogliere 45 tonnellate di rifiuti da prodotti elettronici per ogni 100 tonnellate di beni messi sul mercato nei tre anni precedenti. Entro il 2019, la cifra dovrà salire al 65% o, in alternativa, si potrà raccogliere l’85% dei rifiuti di materiale elettronico prodotto, due misure stimate equivalenti. Dieci paesi che devono migliorare le loro infrastrutture, fra i quali non c’è l’Italia, avranno un obiettivo intermedio del 40% e potranno richiedere una proroga fino al 2021 per raggiungere l’obiettivo finale.
    Per aiutare ognuno a fare la propria parte, il Parlamento ha chiesto e ottenuto che ai consumatori sia permesso di restituire ai rivenditori piccoli dispositivi elettronici (come i telefonini) in ogni grande negozio del settore (da 400 m2 in su), senza dovere per forza acquistare un altro prodotto. Il Parlamento ha anche negoziato controlli più severi sugli imbarchi illegali per evitare che questi tipi di rifiuti siano inviati in paesi in cui le condizioni di lavoro sono spesso pericolose per i lavoratori e per l’ambiente. Sarà compito degli esportatori, e non più dei funzionari doganali, dimostrare che le merci sono state spedite per la riparazione o il riutilizzo, a seconda dei casi previsti dalle nuove regole.
    Una buona notizia arriva infine anche per l’Italia. L’Unione Europea ha accolto con favore l’approvazione del Piano Regionale dei Rifiuti da parte del Consiglio Regionale Campano, che aspettava da tempo, essendo la Campania priva di questo strumento da 17 anni. “Attendiamo ora che lo valuti in modo tale da potersi esprimere in relazione allaprocedura di infrazione in corso. Ciò su cui avevamo sostanzialmente avuto il via libera era il dimensionamento impiantistico previsto e le strategie di fondo”, racconta l’assessore all’Ambiente della Regione Campania, Giovanni Romano. Le decisioni definitive di Bruxelles arriveranno dopo l’incontro ufficiale con il ministro Clini, previsto per il prossimo 25 gennaio.

    Fonte: www.greenews.info - Francesca Fradelloni

    Il fotovoltaico al “succo di mirtillo” che si ispira ai processi di stampa
    Il fotovoltaico di domani, forse, sarà ancora al silicio, ma quello di dopodomani avrà bisogno di parole nuove per essere raccontato: organico, flessibile, integrabile nelle facciate di vetro, negli abiti, nei dispositivi elettronici. Non si tratta di fantascienza. Questi nuovi pannelli solari sono già realtà in diversi laboratori italiani e a Roma esiste addirittura un centro di ricerca dedicato, il Polo per il Solare Organico (CHOSE, cioè Center for Hybrid and Organic Solar Energy) della Regione Lazio, nato nel 2006 dalla collaborazione con l’Università di Roma Tor Vergata.
    Una realtà che coinvolge una trentina di ricercatori e diversi Dipartimenti. I laboratori sono circa mille metri quadrati. Un fiore all’occhiello del nostro Paese, perché, come spiega Aldo Di Carlo, co-direttore del centro insieme al collega Franco Giannini, se «le ricerche di base sul fotovoltaico di nuova generazione sono presenti in molte università e centri di ricerca italiani come il Cnr e l’Enea», Chose «si spinge verso la definizione di un processo di industrializzazione, caratteristica abbastanza unica nel panorama nazionale e simile a iniziative analoghe avviate in alcuni Paesi europei, come Germania e Gran Bretagna, in USA e in Giappone». Dopo cinque anni di attività, il Polo «ha formato più di cento studenti tra laureandi, studenti di master, dottorandi, assegnisti e post doc, ha avviato tre spin-off e una start-up su attività collegate al fotovoltaico e ha dato vita al Consorzio Dyepower per l’industrializzazione del processo produttivo del fotovoltaico organico su vetro».
    Spesso, i non addetti ai lavori li chiamano pannelli “al succo di mirtillo”, ma le cose sono un po’ più complicate. E molto affascinanti. Nelle celle studiate dal Chose, «il materiale attivo che converte la radiazione solare in carica elettrica non è un semiconduttore inorganico come il silicio, ma è formato da molecole organiche», spiega Di Carlo, che è anche professore associato presso il Dipartimento di Ingegneria Elettronica di Tor Vergata.  Allo scopo, possono essere utilizzati «sia pigmenti a base vegetale, come le antocianine derivate, ad esempio, dai frutti di bosco, che quelli sintetizzati chimicamente in modo da massimizzare l’assorbimento dello spettro solare». Gli ultimi sono più efficienti: 12% contro l’1% del succo di mirtillo. E recentemente sono anche stati sperimentati dei «veri e propri complessi proteici foto sintetici, estratti, per esempio, dalle foglie di spinaci».
    Il grosso vantaggio di tutti questi materiali è che «possono essere depositati su larghe aree e a costi molto ridotti, sia in soluzione liquida come veri e propri inchiostri o paste, o attraverso semplici processi di evaporazione». Un po’ come se si stampasse un giornale, e il Polo, infatti, per definire dei processi di fabbricazione delle celle, si sta ispirando alle «metodologie tipiche dell’industria della stampa, come ad esempio la serigrafia o la stampa a getto di inchiostro, riducendo così gli alti costi di materiale e di processo tipici dell’industria fotovoltaica convenzionale».
    Le prospettive sono avveniristiche e incoraggianti: «La possibilità di realizzare celle fotovoltaiche flessibili apre numerosi scenari di notevole impatto e con applicazioni di ogni tipo: dall’integrazione architettonica in edifici e in piccoli dispositivi elettronici, fino all’applicazione su abiti, tende e tessuti».
    Ma come funzionano effettivamente queste celle fotovoltaiche? Quelle sensibilizzate a colorante (“dye sensitized solar cell” o Dsc), su cui si concentra Chose, «ispirandosi al processo di fotosintesi clorofilliana, utilizzano una miscela di materiali in cui un pigmento assorbe la radiazione solare e gli altri componenti estraggono la carica per produrre elettricità. La struttura base di una cella organica, detta “a sandwich”, è composta da un substrato, generalmente vetro ma anche plastica flessibile, e da una o più sottilissime pellicole, che contengono i materiali fotoattivi, frapposte tra due elettrodi conduttivi di cui almeno uno trasparente».
    Se di questi pannelli esistono già diversi prototipi perfettamente funzionanti, per passare dal laboratorio alla produzione industriale devono essere risolte una serie di criticità, tra cui «la riduzione di efficienza» dovuta allo strato trasparente posizionato sopra gli elettrodi e «l’isolamento  della cella dai fattori atmosferici come ossigeno e acqua». E sembra che Chose abbia imboccato la strada giusta,  visto che insieme alla Regione Lazio e ad altre società è in corso un progetto per integrare il fotovoltaico organico flessibile nelle tende utilizzate dalla Protezione Civile nei casi di emergenze, le quali diventano smart e si producono l’energia da sole.

    Fonte: 
    www.greenews.info

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